Titolo: Urban legends
Personaggi: -
Genere: mistero, sovrannaturale
Rating: PG
Avvertimenti: oneshot, raccolta
Wordcount: 629(Fidipù)
Note: -

«Sei sicura che non vuoi che ti accompagni?»
Mary passò il casco nero al ragazzo in sella alla moto, dando un'occhiata dietro le spalle e vedendo il giardino intorno al suo dormitorio immerso nel buio «Sì, tranquillo» mormorò, tornando a fissare il fidanzato e sorridendo rassicurante «In fondo non è diverso da quando è giorno»
«E' buio»
«Farò una corsa, promesso»
La fissò, studiandone il volto leggermente in ombra, e sospirò: «Rimango qui finché non ti vedo entrare»
«Ma…»
Si allungò verso di lei, accarezzando le labbra con le sue: «Dai, Mary, lasciamelo fare. E' il mio dovere di ragazzo, no?»
La ragazza alzò gli occhi al cielo, scuotendo il capo: «Ok» bisbigliò, posandogli un nuovo bacio sulla bocca, per poi correre via, diretta verso l'entrata del dormitorio, sentendo lo sguardo di ragazzo sulla schiena: una volta giunta al portone, cercò le chiavi nella borsetta e non appena riuscì ad aprire, sgusciò all'interno, appoggiandosi contro il legno della porta e sentendo il motore della moto che andava via.
Sorrise, allungando le braccia verso l'alto e stirandosi: era stata una serata magnifica, perfetta.
Chris era stato galante, allegro, dolce e affascinante, come solo lui sapeva essere.
Si avviò lungo le scale, sperando di trovare la sua compagna di camera, Jennifer, ancora sveglia in modo da raccontarle tutto: alla fin fine era merito suo se aveva conosciuto Chris, quindi era un obbligo – anzi un dovere morale di compagna di camera e di amica – raccontarle tutto.
Arrivò alla sua camera e aprì lentamente la porta, trovando la stanza completamente immersa nell'oscurità: Jennifer dormiva o, almeno, così pensava prima che un gemito si levasse dal letto dell'amica.
Ah, ecco. Le pareva strano.
Come minimo si dava da fare con l'ennesimo ragazzo.
Con la luce spenta, avanzò nella stanza, cercando di fare il più piano e il più silenziosamente possibile, si svestì e indossò il pigiama, infilandosi nelle coperte e prendendo il suo Ipod, in modo da sovrastare con la musica i gemiti dei due nel letto accanto; infilò le cuffiette e slittò alcune tracce, prima di trovarne una adatta.
Leona Lewis.
Melensa e romantica.
La colonna perfetta per la conclusione di quella serata, anche se le canzoni avevano sempre un che di triste.
Le prime note di My hands le risuonarono nelle cuffiette e Mary socchiuse gli occhi, attendendo che le braccia di Morfeo l'avvolgessero.

I raggi del sole la colpirono in volto, destandola ancor prima che la sveglia iniziasse la sua tortura mattutina: Mary sbadigliò, allungandosi e portando le braccia verso l'alto, proprio nell'istante in cui la sveglia di Jennifer iniziò a trillare fastidiosa: «Jen, la sveglia» borbottò, alzandosi e dando le spalle al letto dell'amica, diretta in bagno.
Si lavò, sciacquandosi il viso e levando le rimanenze del trucco della sera precedente che, vuoi la fretta di andare a dormire, vuoi il non voler disturbare Jennifer e il suo amico, non aveva tolto.
A proposito, sembrava che Jen, quel giorno, avesse il sonno pesante.
Sospirando, si affacciò dalla porta, tamponandosi il volto: «Jen, allora questa sveglia?» domandò, abbassando l'asciugamano e guardando l'amica nel letto.
Urlò.
Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, mentre i suoi occhi saettavano a destra e a manca.
Lo sguardo d'orrore nelle iridi di Jennifer.
La gola tagliata.
Il sangue che inzuppava le lenzuola bianche.
Il corpo nudo e coperto di ferite, di tagli, macchiato di sangue rappreso.
Mary urlò, rimanendo sulla porta del bagno: incapace di fare altro, incapace di muoversi, di chiamare qualcuno.
Urlò, mentre tutto ciò che vedeva era il corpo martoriato e seviziato dell'amica.
Un corpo morto.
Jennifer era morta.
Uccisa mentre lei era nel letto accanto.
Qualcuno bussò alla porta, di sicuro attratto dalle sue urla, mentre gli occhi di Mary si fermarono sulla scritta rossa che capeggiava sul muro a cui era addossato il letto di Jennifer: una scritta rossa, rossa come il sangue.
Una scritta che la fece urlare di nuovo.
"Non sei contenta di non aver acceso la luce stanotte?"