"Sono malata."

Questo continuavo a ripetermi quando, ormai un anno e mezzo fa, mi venne detto dal mio medico che soffrivo di un disturbo ansioso-depressivo, di una forma di depressione chiamata "depressione reattiva", dovuta quindi ad una reazione ad un evento traumatico, nel mio caso un lutto.

Non riuscivo ad accettare una cosa del genere. Io, che per anni avevo lottato contro ansia e attacchi di panico; io, che non ero stata mai completamente creduta dai miei genitori e soprattutto dai compagni di scuola; io, vittima di bullismo, che ero arrivata a farmi del male per colpa di quegli stronzi, ma ero riuscita a risalire, sì, proprio io, ora mi sentivo dire questo.

Pochi giorni dopo averlo saputo, scrissi una mail alla mia dottoressa chiedendole se avrei dovuto considerarmi malata. Lei mi rispose che la depressione era una malattia e che era curabile. Io allora pensai:

Okay, dimmelo pure che sono malata. Non girarci intorno!

In seguito capii che aveva voluto essere, come dire, delicata per non farmi sentire male, che non aveva voluto darmi la notizia con troppa durezza e che, in realtà, era stata molto umana. La mia… condizione mi faceva sentire incazzata con me stessa, con quanto mi era successo, con il mondo e quindi me la prendevo, ingiustamente, con chi non c'entrava niente. Ero nervosa, rispondevo male anche ai miei genitori e a mio fratello e lo so, sbagliavo. Difatti poi me ne sono pentita amaramente e ho chiesto scusa a tutti coloro che avevo fatto

soffrire.

Non parlai a molte persone di come mi sentivo, perché sapevo che non avrebbero capito. Più che altro passavo il mio tempo a letto, o davanti alla mia scrivania, senza fare nulla di particolare. Rimanevo lì, immobile, senza nemmeno avere la voglia, né tantomeno la forza, di studiare. Piangevo, piangevo e piangevo. Ai miei raccontavo che stavo studiando tanto, quando in realtà non era vero niente; e dire bugie mi faceva sentire malissimo, perché mi è sempre stato insegnato che non si deve fare. La mia condizione mi sembrava la peggiore al mondo; e lo so, sono stata egoista a crederlo, me ne rendo conto. Egoista, stupida, stronza, insensibile, fredda e chi ne ha più ne metta.

Sapevo che ci sono malattie peggiori, più bastarde e subdole, come il cancro per esempio, o la leucemia, ma purtroppo, quando la mente sta molto male, si è portati a pensare solo a se stessi.

Non è stato facile accettare di soffrire di depressione. Non lo è stato nemmeno dirmi che okay, avevo questo problema, ma non era la fine del mondo. Per giorni, dopo la diagnosi, avrei voluto solo sparire per sempre, nascondermi da qualche parte lontana da tutto e tutti, o, più semplicemente, chiudere gli occhi e dimenticare ogni cosa, o addormentarmi e non svegliarmi più. Perché? Semplice: mi sentivo un fallimento, pensavo di aver deluso i miei genitori proprio perché avevo questo disturbo, credevo di non essere stata abbastanza forte, che fosse colpa mia; e mi odiavo, perché l'autocommiserazione, come il vittimismo, non sono mai stati insiti nel mio

carattere.

Eppure, soffrirne mi ha insegnato molto. Innanzitutto mi sono resa conto che la depressione è un vero problema. Sperimentandolo sulla mia pelle, ho capito che non si tratta di una semplice tristezza, bensì di qualcosa di molto più profondo, che fa davvero male. La depressione è una malattia, che va curata con psicoterapia e farmaci; e non ci si deve affatto vergognare di prenderli, perché giuro, anche quelli aiutano a stare meglio; e, se assunti nelle dosi giuste, come prescritto dal medico, non se ne diventa affatto dipendenti. Io li sto ancora assumendo, sì, ma solo perché negli ultimi mesi sono stata peggio. Vorrei smettere gradualmente. Appena passerà questo periodo nero, il mio medico ha detto che li diminuiremo pian piano. La depressione si può curare e sconfiggere, io ne sono convinta, ma ci vogliono molto tempo e tantissima pazienza. Lo dico io, che ci combatto ogni giorno e che in alcuni momenti potrei spaccare il mondo e in altri, invece, sprofondo nel baratro più nero.

In realtà, con il tempo, mi sono resa conto che aver saputo di soffrire di depressione è stato un vero e proprio sollievo. Sì, perché prima io credevo di stare diventando pazza. Nessuno capiva da dove derivassero i miei disturbi d'ansia, i dottori mi dicevano semplicemente che era un malessere dovuto al lutto che avevo subito o, prima, che non ne capivano la causa, che era psicosomatica, che era stress, che dovevo stare tranquilla, che sarebbe passato; mi davano delle gocce che mi stordivano e basta. Solo quando ho cambiato medico di base è venuto alla luce il vero problema.

Ringrazio infinitamente la mia dottoressa per aver capito bene la situazione e avermi aiutata da allora in poi e la mia psicologa, come la mia famiglia e le mie amiche, per rimanermi sempre vicino.

Mi sono arrabbiata con i medici, tante volte, perché ho pensato che, se qualcuno si fosse accorto prima di come stavo, forse non sarei arrivata a dover prendere dei farmaci per curarmi. Già assumo da quasi tredici anni quelli per tenere sotto controllo l'epilessia, non me ne servivano certo altri!

In ogni caso le cose sono andate così e l'ho accettato. Non aveva senso lamentarsi e non serviva a niente. Non mi sono più considerata pazza. Ho capito di avere una malattia, ma che avrei avuto la forza di sconfiggerla e che di certo c'era di peggio. Sto tentando di curarmi pian piano, giorno dopo giorno, non solo con i farmaci o andando dalla psicologa, ma anche dedicandomi ai miei hobby, che per tanto, troppo tempo avevo abbandonato.

Inoltre, un altro lato positivo c'è: da quando ho scoperto cos'ho, sono diventata ancora più sensibile e attenta ai bisogni e soprattutto al dolore degli altri. Sono molto più empatica di prima e cerco sempre di aiutare chi me lo chiede. Se prima mettevo gli altri davanti a me, ora spesso proprio non mi considero, tenendo conto solo di chi mi circonda.

Lo so, è sbagliato. Difatti, per ovviare a questo, ho cominciato a fare qualcosa per me: vado ad equitazione e scrivo molto più spesso di un tempo; leggo anche di più. Tutto questo mi aiuta tantissimo. Ho anche adottato una bambina a distanza dal Madagascar, perché era da anni che volevo farlo. Desideravo aiutare chi aveva bisogno e quello mi sembrava il modo giusto, giusto per me, almeno, perché ognuno di noi dà una mano a chi lo necessita in modi diversi, per esempio portando cibo in parrocchia per le famiglie bisognose. Io, invece, ho scelto di fare un'adozione a distanza; e sapere che una bambina riesce ad andare a scuola grazie a me mi rende davvero felice, non perché io mi vanto di quel che faccio, ma semplicemente perché sono utile a qualcuno. Si dice che è più bello dare che ricevere ed è proprio vero.

Se c'è una cosa che questa brutta, maledetta depressione - che tanti, a mio parere correttamente, chiamano "cancro dell'anima" - mi sta insegnando è che, nonostante il dolore e la continua tristezza, le crisi di pianto e i giorni nei quali non vorrei alzarmi dal letto e mi dico che la vita non ha assolutamente senso e che tanto varrebbe lasciarsi andare e sparire nell'oblio, non tutti i mali vengono per nuocere.