Troppo tardi

Premessa

Per capire meglio questa storia, soprattutto per quanto riguarda la situazione familiare di Viola, è necessario leggere "Un inferno senza fine". L'amica della ragazza, Anna, non compare se non in un semplice SMS, ma se volete sapere di più su di lei, leggete sia la storia precedente sia "Due gatti meravigliosi". Se non ho descritto fisicamente i personaggi è perché in questo scritto non serviva un granché. Mi rendo conto che, per chi non ha letto i precedenti, sotto questo punto di vista il racconto risulta un po' povero, ma si trovano descrizioni più dettagliate nella storia precedente.

Buona lettura!

Viola si svegliò molto presto quella mattina. Era Natale e la notte precedente, per farsi coccolare un po', aveva dormito nel letto dei suoi genitori. Il loro gatto, Matisse, si era accoccolato accanto ai suoi piedi e adesso stava grattando la testiera del letto per farle capire che desiderava uscire di casa.

"Arrivo" sussurrò la ragazza per non svegliare nessuno.

Dato che sua mamma non stava bene e che il padre lavorava tantissimo in quel periodo, desiderava che entrambi dormissero in pace. Scese dal letto e il micio corse fuori dalla stanza, facendo le scale in un baleno. La ragazza rise e, quando lui si sdraiò sul pavimento del salotto, lei gli andò vicino a grattarlo sulla pancia e dietro le orecchie. Matisse aveva un anno, ma per Viola sarebbe sempre stato il suo cucciolo. Gli diede un bacio e continuò a coccolarlo, affondando le mani nel pelo nero, folto e morbidissimo. Dopo qualche minuto il gatto si alzò e andò a mangiare, poi si avvicinò all'albero di Natale. Stava per arrampicarcisi sopra quando la ragazza lo vide.

"Ehi, fermo" gli intimò, alzando la voce. "Sai che non si fa."

Matisse credeva che quello fosse un albero vero, o comunque un bellissimo gioco, e ne era sempre attirato. Stavolta, però, la ascoltò e si diresse miagolando in cucina. Viola lo seguì, aprì la porta che accedeva alla parte di giardino che si trovava dietro casa e la chiuse quando il gatto uscì., poi girò la manovella della porticina basculante che aveva fatto costruire apposta per Matisse, in modo che potesse entrare e uscire quando voleva. Di notte preferiva tenerlo dentro, più che altro per paura che gli succedesse qualcosa.

"Buon Natale, Viola!" esclamò sua madre, sorprendendola e arrivandole alle spalle.

Aveva un bel sorriso, sembrava star meglio rispetto ai giorni precedenti.

"Auguri anche a te, mamma!" rispose abbracciandola forte. "Come stai oggi?"

"Meglio, grazie. Non ho nemmeno mal di testa."

"Ne sono felice!"

Poco dopo arrivò anche il padre e tutti si scambiarono di nuovo gli auguri.

"Ci siamo alzati presto anche noi perché abbiamo pensato di aprire i regali e goderceli un po', prima di andare a messa" spiegò l'uomo.

La ragazza fu d'accordo, così si avviarono in salotto e notarono che sotto il grande albero si trovavano dei pacchi, alcuni piccoli e altri più grandi.

"Wow, Babbo Natale è stato generoso, quest'anno" osservò Viola sorridendo.

Naturalmente sapeva da tanti anni che non esisteva, ma i suoi le avevano sempre detto che crederci era bello, che conservare quel pizzico di magia nel cuore l'avrebbe resa una persona migliore.

Suo padre, Paolo, si chinò e passò un paio di pacchetti alla moglie,. Il primo era un pigiama morbidissimo con degli orsetti polari sul davanti, il secondo un paio di orecchini con due piccoli diamanti ai lati.

"Oh mio Dio, sono bellissimi!" urlò la donna in preda alla gioia. "Grazie, amore."

"Ringrazia Babbo Natale" le disse lui e poi la abbracciò, dandole un piccolo bacio su una guancia.

A Rebecca non servivano regali per sapere che suo marito la amava follemente, e infatti lei quell'anno non gli aveva chiesto niente. Non si aspettava, quindi, un dono del genere, ma fu comunque molto contenta di riceverlo.

La figlia li guardava in silenzio e stando un po' in disparte. Adorava vedere che i suoi si amavano così tanto, la faceva sentire bene.

L'uomo fu molto felice di scoprire che Babbo Natale gli aveva regalato un maglioncino di lana; poi fu la volta di Viola, che ricevette dei soldi e una morbidissima coperta di pile.

"Vado subito a metterla sul mio letto!" esclamò raggiante. "A Matisse piacerà tantissimo."

I genitori sorrisero teneramente mentre lei correva su per le scale. Era bello vederla felice, almeno per quel giorno, visto il periodo terribile che stavano passando. Inoltre Viola pensava sempre al suo gatto, lo amava più della sua stessa vita e per lui avrebbe fatto davvero di tutto.

In quel momento entrò proprio Matisse che, notando le carte dei pacchetti, si mise subito a giocarci muovendole di qua e di là con le sue zampette.

Poco dopo Viola scese, accarezzò un po' il gatto ma poi decise di lasciarlo stare. Era troppo occupato a giocare per prestare attenzione a lei.

Preparò la colazione per tutti e poi i tre si sedettero a tavola a mangiare. Viola non aveva fatto niente di speciale, solo tre tazze di caffè latte e dei biscotti con la nutella, ma era quel momento ad essere meraviglioso. Erano tutti e quattro insieme, si sentivano sereni, si volevano bene e questo era tutto ciò che contava.

Dopo colazione i tre salirono nelle proprie stanze. Viola mandò gli auguri di Natale ad Anna. Era preoccupata per l'amica perché sapeva che il giorno precedente si era di nuovo graffiata, e per ben due volte di fila. Stava soffrendo così tanto! La sua anima era distrutta. Eppure continuava a lottare, e Viola era fiera di lei per questo. Si augurò che, almeno per quel giorno, Anna non avrebbe fatto niente. Lei le rispose poco dopo ricambiando gli auguri e dicendole che si sarebbero sentite più tardi.

La ragazza sospirò. Avrebbe voluto avere più tempo per chiacchierare con l'amica, o quantomeno per scambiarsi messaggi con lei per assicurarsi che si sentisse almeno un po' meglio, ma non era possibile in quel momento. A malincuore mise il cellulare da parte, si vestì, scese di nuovo e uscì con i suoi per andare in chiesa. Faceva molto freddo, quel giorno. Viola sperava che avrebbe nevicato, come era successo poche settimane prima, ma il cielo era terso quindi sarebbe stato impossibile.

"Peccato" si disse. "Sono anni che non vedo la neve a Natale."

Arrivarono quando la chiesa era ancora quasi vuota, mancava infatti mezzora all'inizio della funzione. Si sedettero in uno dei primi banchi e aspettarono. Pian piano l'edificio si riempì e quando la messa iniziò tutti si alzarono. Viola era molto credente. Purtroppo non andava a messa molto spesso, cosa della quale si vergognava, ma pregava ogni sera,soprattutto in quel periodo vista la grave malattia di sua madre e questo la faceva sentire meglio. La celebrazione fu bellissima. In particolare, la giovane rimase colpita dalla predica del sacerdote, che disse che i Cristiani, grazie alla nascita del figlio di Dio, avrebbero dovuto avere ancora più fede e speranza nel futuro. La sua famiglia ne aveva tanto bisogno, si disse la ragazza mentre faceva la comunione. Eppure, quando uscì tenendo la mamma per mano, non provò quella sensazione di gioia che spesso sentiva a messa terminata. Era come se un grande, quasi insostenibile peso le gravasse sulle spalle, sul cuore e sull'anima, rischiando di schiacciarla. Sospirò, sperando che i genitori non l'avessero sentita. Non voleva farli preoccupare, avevano già abbastanza problemi. Forse era lei a sbagliare. Avrebbe dovuto lasciarsi andare di più, sforzarsi di essere felice almeno quel giorno, nonostante il periodo nero che stava passando. Ci aveva provato, davvero, e durante lo scambio dei regali lo era stata; ma si era trattato solo di un fugace momento. Quella felicità era scivolata via come sabbia tra le dita e lei non era riuscita a trattenerla. Avrebbe dovuto parlarne con la psicologa a gennaio, si

disse.

Fuori dalla chiesa c'era un banchetto sul quale erano appoggiate alcune caraffe di cioccolata calda che aveva offerto il Parroco ai fedeli e Viola si avvicinò chiedendone un po' alla signora che la serviva.

"Tieni, cara! Ti assicuro che è ottima; e auguri di buon Natale" le disse sorridendo.

"Grazie altrettanto" rispose lei.

Avrebbe voluto ricambiare il sorriso, ma fece una smorfia.

Si mise in disparte con i genitori, in modo da lasciare spazio alle altre persone che dovevano ancora prendere il loro bicchiere e i tre bevvero in silenzio.

"Ora dobbiamo andare a casa a finire di preparare tutto" iniziò Rebecca. "Dobbiamo mettere in forno le lasagne e le patate."

"Sì, cara, vedrai che riusciremo a fare tutto in tempo. In fondo è ancora presto, dovremo essere da mio fratello tra tre ore" la rassicurò il marito.

Lei era sempre stata una donna molto apprensiva, e lui riusciva ogni volta a tranquillizzarla. Viola gli era grata per questo. Dal canto suo, la ragazza non ce la faceva sempre nonostante i numerosi sforzi, soprattutto quando si trattava di calmare la mamma, terrorizzata a causa dell'imminente intervento.

"Posso aiutarvi in qualche modo?" chiese Viola mentre risalivano in macchina.

"No, ci arrangiamo" le rispose il padre, e di fronte alle sue insistenze aggiunse: "Tu stai studiando molto per gli esami. Prenditi una pausa di qualche giorno, rilassati e riposati. Non pensare a niente."

Lei gli sorrise, grata.

Una volta in casa, salì in camera e si accorse che Matisse aveva già scoperto la nuova coperta e sembrava apprezzarla davvero tanto, visto che ci si era addormentato sopra. Sorrise. Il gatto le faceva compagnia ogni notte e rimanevano spesso in camera insieme anche durante il

giorno.

"Vi, mi aiuti un attimo?" le chiese la madre chiamandola dal piano di sotto.

"Sì."

"Mi gira la testa" spiegò la donna quando la figlia fu da lei "e devo portare dentro il secchio dell'umido, ma sto troppo male e non ci riesco. Lo faresti tu per me?"

Era seduta sul divano, pallida e sembrava non riuscire ad alzarsi.

"Certo."

Viola uscì lanciando alla mamma uno sguardo preoccupato. Sembrava stare meglio, e invece si era sentita male all'improvviso. Prese il secchio che si trovava fuori dal cancello e poi notò che, dall'altra parte della strada, c'era qualcosa. La attraversò in fretta, avendo un brutto presentimento. Non sapeva cosa sentisse davvero, ma lo stomaco le si era chiuso in una morsa e la cosa non le piaceva per niente. Si chinò sul ciglio della strada e capì che si trattava di alcuni peli di gatto, bianchi e rossi. Si guardò intorno e si accorse che, a poca distanza, c'era un micio. Aveva corso così velocemente che non l'aveva nemmeno notato. Il povero animale era sdraiato a terra e non si muoveva. La ragazza iniziò a correre di nuovo, sperando che non sarebbe passata nessun'auto in quel momento visto che ne sentiva in lontananza, si chinò e controllò se la bestiola respirava ancora. Probabilmente era stato investito, del resto quella strada era trafficata e purtroppo poteva capitare, ma forse sarebbe riuscita a salvarlo, a trovare un veterinario disposto a lavorare a Natale. L'avrebbe pagato, se necessario, ma per nulla al mondo avrebbe lasciato un gatto lì a morire! Fu tentata di toccarlo, ma non capendo se fosse randagio o meno, preferì non farlo. Non respirava. Era ancora piccolo, Viola immaginò che avesse sei mesi circa… ed era morto.La ragazza urlò. Fu un urlo straziante, quasi disumano. Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo, mentre il cuore le batteva così forte da farle male.

"Oddio! Viola, ma che…" Rebecca era spaventata. Temendo che la figlia si fosse fatta male si era precipitata fuori e stava per terminare la domanda, ma si interruppe. Vide e capì. Si avvicinò a lei e le disse di spostarsi, se una macchina fosse arrivata sarebbe stata in pericolo. "Dio, spostati, ti prego!" gridò la donna, scuotendola, ma Viola non si muoveva.

In quel momento un'auto arrivò e sfrecciò come un bolide. Viola protese le braccia in avanti per proteggere il gatto. Non voleva che qualcuno facesse del male ad un animale la cui giovane vita era già stata spezzata. La macchina passò oltre nella frazione di un attimo, evitando entrambi. Con il cuore in gola e le lacrime agli occhi, Rebecca prese Viola e la sollevò da terra, portandola sul marciapiede vicino casa e facendola sedere sull'asfalto. Uscì anche il padre e la moglie gli spiegò quel che era successo.

"Piccola, stai bene?" chiese, in ansia, alla figlia.

"Se ti riferisci all'auto, non è successo niente. Se invece parli di quello…" Non aggiunse altro. Non serviva. Gli indicò la povera bestiola a terra e l'uomo annuì mestamente. Non potendo e non volendo lasciare quel povero micio sulla strada, lo spostò sul marciapiede, ma un po' lontano dalla moglie e dalla figlia e poi spiegò che sarebbe andato a chiedere se era di qualcuno.

Si allontanò con un'espressione triste sul volto. Quel che era accaduto non era giusto.

Viola guardò la madre senza vederla davvero, poi ricominciò ad osservare il vuoto.

"Parlami, amore" le sussurrava lei. "So che stai soffrendo e che sei scioccata, ma ti prego, dimmi qualcosa."

"Avevo v-visto dei p-peli e poi mi s-sono accorta di l-lui…" iniziò, singhiozzando. "È morto, mamma" concluse.

Piangeva sempre più forte, tanto che alcuni vicini uscirono, spaventati anche dalle urla di poco prima e domandarono cos'era successo. Rebecca li informò, ma si sentì molto infastidita e anche ferita perché tutti dissero di stare male per quel gatto, ma non fecero nulla, non vennero nemmeno a consolare Viola nonostante la conoscessero e tornarono in casa come se non fosse successo niente di che. Rebecca batté un pugno per terra, arrabbiata e frustrata. Come poteva esistere al mondo gente tanto insensibile? Tuttavia, decise di non pensarci. Doveva occuparsi della sua bambina, in quel momento.

"Vieni" disse, "andiamo in casa."

"N-no mamma, aspetta. Lo lasciamo qui? Non possiamo!" protestò. "Inoltre, so che è stupido ma… insomma, qualcuno deve abbracciarlo, forse la sua anima si sente sola e ha paura."

"Oh, amore" fu tutto ciò che l'altra riuscì a dire.

Viola si alzò, si avvicinò al gatto e lo strinse forte al petto. Era freddo, povero piccolo! Chissà da quanto era lì.

"Mi dispiace" sussurrò dolcemente. "Avrei fatto qualsiasi cosa per salvarti, credimi. Riposa in pace!"

Sperò che, in qualche modo, il micio l'avesse sentita, che fosse riuscito a percepire il bene che gli voleva e il dolore che provava, pur non conoscendolo affatto. Detto questo si lasciò trascinare dentro e crollò sul divano. Forse, se fosse arrivata qualche minuto prima, avrebbe potuto evitare una tragedia simile. Magari sarebbe stata in grado di fermare quell'auto, di salvare il gatto. Era giunta troppo tardi. Desiderò di poter prevedere il futuro, almeno per un po', di tornare indietro nel tempo e cambiare lo sfortunato corso degli eventi. Purtroppo, però, era impossibile e questo la faceva incazzare.

"Perché, mamma? Perché è successo?" chiese, asciugandosi gli occhi e tentando di regolarizzare il respiro.

"Non lo so… credo che ci siano cose che non possiamo spiegarci, e forse nemmeno dobbiamo. Penso che Dio abbia voluto così, solo lui sa quando le sue creature devono morire" rispose la donna sedendosi accanto alla figlia e accarezzandole una mano, un gesto che la aiutava a calmarsi fin da quando era piccolissima.

Rebecca sapeva che quella spiegazione non l'avrebbe fatta stare meglio, e anche lei non si sentiva affatto bene, ma non era in grado di rispondere in altro modo a quel quesito.

"Ma era una creatura indifesa che non aveva colpa!" esclamò Viola, ricominciando a piangere. "Io non ho potuto fare niente per salvarlo, niente!" ripeté, per infliggersi altro dolore.

Il senso di colpa la attanagliava, facendole provare una sofferenza così forte che la ragazza pensò che il cuore e la testa le sarebbero scoppiati a momenti.

"So che l'avresti salvato, se avessi potuto, ma purtroppo è andata così. Immagino che sia difficilissimo da accettare."

"Sì, lo è; e penso di essermi rovinata il Natale" rispose la ragazza, in tono lugubre.

Rebecca non replicò. Sua figlia era ancora più sensibile di lei, quindi non si sorprese nell'udire quella risposta. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarla, ma sapeva di non potere. Solo Viola, con la sua forza di volontà, avrebbe potuto sentirsi meglio, ma ci sarebbe voluto qualche giorno.

Paolo rientrò dopo poco.

"Ho trovato la sua famiglia" disse, serio. "Stava a qualche centinaio di metri da qui. Gliel'ho restituito e ora lo seppelliranno. Stanno soffrendo moltissimo, ovviamente." Abbracciò la figlia, asciugandole le lacrime. "So che lo stai facendo anche tu," aggiunse, "ma non avresti potuto far nulla. Era freddo, quando l'ho preso in braccio, il che significa che è morto da un po' di tempo."

"Sì, l'avevo notato anch'io" disse, pensando che questo non la consolava. "Speriamo solo non abbia sofferto troppo, allora, e che Dio lo accolga in Paradiso" mormorò Viola.

"Sicuramente sarà così, piccola."

La ragazza decise di andare in camera. Chiuse la porta e si sdraiò vicino a Matisse.

"Signore, fa' che resti con me!" pregò.

Non avrebbe sopportato di perderlo.

Scrisse alla sua amica Anna per raccontarle l'accaduto e lei cercò di consolarla.

Prova a scrivere un po' le disse. Ti farà bene, ti aiuterà a distrarti. Ti prometto che verrò a trovarti domani, okay? Ti voglio bene!

La ragazza sorrise. Le due c'erano sempre l'una per l'altra, e ognuna sapeva cosa dire per far sentire meglio l'amica. Accese il computer, aprì un file e iniziò a scrivere, raccontando quel che le era successo e buttando fuori tutte le sue emozioni: dolore, rabbia, tristezza. Non sapeva se sarebbe riuscita a godersi la giornata che la aspettava, con i parenti che le avrebbero fatto sempre le solite, stupide e insensibili domande, né quando il senso di impotenza che provava sarebbe passato. Sapeva solo una cosa: che chiunque avesse investito quel gatto, avrebbe dovuto almeno fermarsi e capire se stava bene, se avrebbe potuto aiutarlo. Forse l'aveva fatto, o magari no. Non l'avrebbe mai saputo, ma quel pensiero le venne spontaneo. Infine, rifletté sul fatto che gli uomini dovrebbero avere più rispetto per gli animali.