Sono un fallimento

Anna aprì il suo diario segreto. Da anni ne teneva uno per raccontare all'amica Francesca come andava la sua vita da quando lei non c'era più. Non era tutta rose e fiori, anzi, ma la ragazza non si lamentava mai. Da quando, pochi mesi prima, aveva conosciuto la sua amica Viola, ammetteva di sentirsi un po' meglio. Avere qualcuno accanto le dava forza, e le due si aiutavano a vicenda. Anna aveva saputo da qualche giorno che la mamma di Viola sarebbe stata operata a gennaio e cercava di rimanere vicino all'amica, che era terribilmente in ansia. Si augurava che sarebbe andato tutto bene, soprattutto viste la delicatezza e la complessità dell'intervento.

Smise di pensare a tutto ciò e cercò di scrivere.

Cara Francesca,

oggi è Natale ed io mi sento vuota. Mi sembra un giorno normale, come tutti gli altri, e anche i precedenti sono stati così. Non immagini il sollievo nel sapere che non dovrò andare all'università per alcune settimane! Da quando non ci sei quel posto mi fa soffrire tremendamente, lo sai. Comunque, mamma e papà mi hanno detto di concentrarmi sulle cose belle: i miei gatti, che in questo momento dormono sul mio letto, l'albero di Natale con le luci… Io ci provo, lo giuro. Mi sforzo di essere felice, ma non ci riesco. Penso a tua mamma, e a quanto starà soffrendo in questo momento; e poi al fatto che quest'anno avevo visto una cosa che sicuramente ti sarebbe piaciuta: una collana con delle piccole perle fatte a stella. Avrei voluto dartela poco prima di Natale, ma non potrò. Mi sarebbe piaciuto comprarla per portartela al cimitero, ma non ne ho avuto il coraggio. E non riesco nemmeno a raccontarti il resto, non ancora. Forse lo farò tra qualche giorno, se mi sentirò meglio.

Ce la sto mettendo tutta per andare avanti e per continuare a sperare che un giorno sarò felice. Lotto e non mi arrendo, anche se mi sembra che più il tempo passa, più sia dura.

Scusa se non ti scrivo da un bel po' di tempo. Sono passati alcuni mesi e mi vergogno tanto di non essere passata, ma tra gli esami da terminare e le lezioni all'università non ho avuto tempo. Ci sto male perché, quando ho iniziato a tenere questo diario, speravo ti avrei scritto qualcosa ogni giorno, ma purtroppo la vita corre troppo veloce e a volte non ci lascia il tempo di fare alcune cose che, per noi, sono importanti. Prometto che tornerò, prima della fine dell'anno.

Perdonami se non sono abbastanza forte, se non riesco ad essere felice.

Ti voglio bene, e spero tu sia contenta in Paradiso! Mi auguro tu abbia trovato la pace che non sei riuscita ad avere in questo mondo.

Anna

Le arrivò un messaggio sul cellulare. Era Viola che le faceva gli auguri. Lei ricambiò, poi andò nei contatti e si fermò su un nome:

Mariella.

Era la mamma di Francesca. Quasi un anno dopo la morte della figlia le aveva scritto perché desiderava incontrarla. Si erano viste e parlate più volte, sfogandosi, piangendo, raccontando quanto amavano, anche se in modo diverso, la loro dolce Fra. Si erano anche scambiate varie mail nelle quali si erano reciprocamente sfogate, e questo aveva fatto bene ad entrambe, soprattutto ad Anna che aveva finalmente incontrato una persona che la capiva al cento per cento. Mariella le aveva voluto un bene immenso, e la ragazza era sicura che provasse ancora questo sentimento, come lei del resto. Era tentata di chiamarla, di farle gli auguri, di raccontarle che stava ancora male e che, per non scoppiare, era caduta in una bruttissima abitudine. Il cuore le batteva all'impazzata. Sì, forse farlo sarebbe stata la cosa migliore. Stava per premere il tasto di chiamata, ma si fermò. Pensò di scrivere un messaggio, ma non fece nemmeno quello e mise il telefonino da parte. Mariella non le aveva più scritto. Non lo faceva da poco più di un anno. Le aveva detto che si sentiva troppo male, ma aveva assicurato ad Anna che lei avrebbe potuto scriverle ogni volta che ne avesse avuto bisogno. La ragazza, però, non l'aveva più fatto. Aveva capito che probabilmente Mariella stava peggio con lei accanto, perché Anna e Francesca erano state migliori amiche e quella povera donna doveva soffrire immensamente. Il dolore per la perdita di un figlio è il più grande e il più forte di tutti. Mariella doveva stare male soprattutto se una persona che era stata così vicina a sua figlia continuava a farsi sentire. La ragazza tossì due volte, mentre delle piccole lacrime cominciarono a rigarle il viso. Non era stato facile accettare di non avere più alcun contatto con Mariella. Le si era affezionata tantissimo! Tuttavia, per il suo bene, Anna l'aveva lasciata andare. Pregò Dio che la donna conservasse di lei un bel ricordo.

"Se un giorno vorrai scrivermi o parlarmi ancora, io ti accoglierò a braccia aperte e ti ascolterò" sussurrò.

Aveva raccontato tutto questo a Viola nei mesi precedenti, e la ragazza le aveva risposto:

"Anna, piccola, tu non puoi non lasciare un bel ricordo nelle persone. Voglio dire, sei stupenda, sei praticamente un angelo! Mi stai aiutando tantissimo, e lo fai nonostante tu stia soffrendo. Ti pare poco? Ti assicuro che non lo è affatto!"

Nel ripensare a quelle parole tanto dolci e dette con il cuore, Anna si emozionò e sorrise tra le lacrime, che stavolta erano di

gioia.

Aprì le finestre e, svegliati dal rumore, Furia e Stella saltarono su una di esse e cominciarono ad osservare il paesaggio.

"Vi piace guardare il mondo da quassù, eh?" chiese loro Anna, accarezzandoli dolcemente. "Siete i miei bambini, lo sapete?"

Lasciò che i gatti si godessero quella bella atmosfera per qualche altro minuto, poi li fece scendere nonostante i loro lamenti. Iniziava ad entrare molto freddo e lei non voleva ammalarsi.

Non aveva chiesto niente a Natale, perché non aveva bisogno di nulla, ma quando arrivò in cucina vide che sul tavolo c'era un vassoio con un dolce che le piaceva tantissimo: le rose del deserto, ovvero delle rose fatte con i cornflakes e il cioccolato fondente sciolto. Non ricordava come si preparassero, le aveva solo assaggiate qualche volta da piccola guardando la mamma che le faceva, ma sapeva che dovevano stare in frigo per parecchie ore.

"Le ho fatte stanotte perché non ti accorgessi di nulla, piccola" le disse la mamma abbracciandola.

"Mamma, non dovevi! Lavori già così tanto, sei stanchissima."

"Ti vediamo un po' giù ultimamente," aggiunse il papà, "quindi abbiamo pensato di farti uno dei dolci che preferisci."

Lei sorrise e li ringraziò. Era stato un gesto semplice, ma per questo bellissimo, un altro atto d'amore nei suoi confronti. Pensò che "un po' giù" non descriveva minimamente come lei si sentiva in realtà, ma non aveva importanza.

I tre fecero colazione con quei meravigliosi dolcetti, godendosi la loro croccantezza e il sapore né troppo amaro, né esageratamente dolce. Poco dopo si vestirono e andarono in

chiesa.

Alcune ore dopo la funzione, con vari vassoi e pentole in mano, i tre stavano entrando in casa di uno zio di Anna, Federico. Da quel momento, la ragazza non ci capì letteralmente più nulla. C'erano zii, zie, cugini grandi e piccoli, amici di suo zio che lei non conosceva e, ovviamente, tanta, troppa confusione. Apprezzava la compagnia e anche le risate, nonostante in quel periodo sorridesse solo per far piacere agli altri, ma l'eccessivo rumore le dava fastidio. Tutti la salutarono e le chiesero:

"Come stai?"

o:

"Stai bene?"

Entrambe domande apparentemente semplici, ma in realtà molto complesse. Sì, perché rispose sempre che stava bene, sentendosi poi malissimo dato che era consapevole del fatto che non era la verità. Si accomodò sul morbido divano del salotto, accanto ad un amico di sua zia che non le rivolse la parola, troppo intento a parlare con un'altra persona di politica. Di fronte ad Anna c'era una pila di regali con suscritto il nome di ognuno, e i suoi cuginetti continuavano a dire di volerli aprire.

"Margherita, no" disse Anna alla più piccola, una bimba di tre anni.

"Uffa, perché?" chiese questa, correndole incontro e saltandole in braccio.a

La guardò con il suo visino imbronciato e alla ragazza fece una tenerezza incredibile. Le erano sempre piaciuti i bambini e un giorno avrebbe voluto averne di suoi. Prima, però, doveva fare ancora molta strada, trovare un proprio equilibrio e stare bene davvero.

"Babbo Natale li ha portati stanotte, e vuole che si aprano dopo mangiato" le spiegò.

La bambina la guardò intensamente con i suoi occhi azzurri.

"Tu come fai a saperlo?" le chiese, curiosa.

"Beh, sono più grande di te, e una volta ho conosciuto Babbo Natale che me l'ha raccontato."

Aveva detto la prima cosa che le era venuta in mente. Il volto della bambina si illuminò.

"Allora sei stata anche tu a Iesolo al villaggio di Babbo Natale?" le domandò, alzando un po' la voce.

"Ehm… sì" mentì, non sapendo come altro giustificare il suo incontro con quell'uomo magico.

"Io ci sono stata l'anno scorso. Mi sono divertita tanto!"

"Che bello! Mi fa piacere, piccola."

Margherita le raccontò che aveva conosciuto Babbo Natale e che si era comprata un costume da renna.

"A tavola!" chiamò la zia dalla cucina.

"Arrivo mammaaaaa!" urlò Mrgherita correndo via.

Anna si alzò e, lentamente, raggiunse gli altri sedendosi al proprio posto. Afferrò il bordo del tavolo con entrambe le mani. Quella cucina non era molto grande, ma abbastanza da farla sentire sperduta. Provava la stessa sensazione che l'aveva travolta il primo giorno di università, quando tutto era nuovo e lei spaventatissima. Il piccolo dialogo con la cuginetta l'aveva fatta sentire meglio, anche se subito dopo tutto era tornato come prima.

Si disse che avrebbe dovuto pensare di più al fatto che anche gli altri avevano, sicuramente, dei problemi, e che per un giorno li stavano mettendo da parte per staccare la spina da tutto. Quindi lei era sbagliata perché non ci riusciva? Sì, probabilmente. Si sentiva fuori posto, lì, in quella stanza piena di gente che sorrideva e rideva a crepapelle anche per le cose più stupide. Anche lei avrebbe voluto farlo, ma per davvero. Tuttavia non ce la faceva mai, nonostante continuasse a sforzarsi.

"Allora, Anna, come va all'università?" le chiese suo zio, appoggiandole una mano grande e calda su una spalla.

"Bene, grazie. Ho superato tutti gli esami finora."

"Brava, bravissima!" esclamò la zia Giorgia, seduta di fronte a lei, mentre diceva a Margherita di non giocare con il cibo. "Quindi ti laureerai l'anno prossimo?"

"Non lo so… più probabilmente all'inizio di quello dopo."

"Beh," si aggiunse un'altra sua cugina, figlia di un altro zio, che aveva la sua stessa età e si era laureata l'anno precedente in veterinaria, "io ho finito in tempo. Sarebbe anche ora che ti muovessi."

"Sabrina, per favore" la rimproverò la madre.

Anna si sentì morire dentro. In pratica la ragazza le aveva appena detto che lei non era poi così brava, almeno non quanto lei, o che comunque era una scansafatiche. Quando Francesca era morta, Sabrina aveva commentato:

"È stata debole e stupida a suicidarsi; e poi, se è morta da due settimane, il corpo sarà già in decomposizione."

Davvero credeva che le sue opinioni fossero sempre così importanti? Perché cazzo non si rendeva conto che le faceva male? L'aveva fatta soffrire tantissimo, in passato, con quelle affermazioni così dure e insensibili, e lo stava facendo ancora adesso. Anna la guardò. Aveva sempre quel sorriso perfetto e il tono tanto gentile, ma a volte Sabrina poteva essere una vera iena. Avrebbe tanto voluto essere più coraggiosa, alzarsi in piedi e urlarle in faccia che lei non credeva di meritare un trattamento simile e che non capiva perché si comportasse così, ma si trattenne. Non ce l'avrebbe mai fatta, lo sapeva, e poi non voleva rovinare la festa a nessuno; ma soprattutto non voleva spaventare i bambini, in particolare Margherita, l'unica che si era interessata sul serio a lei. Alla ragazza quel Natale ora faceva ancora più schifo, ma decise di soffrire in silenzio.

"Scusa, Anna" le disse la cugina, ma si vedeva lontano un miglio che non intendeva dirlo davvero.

"Figurati" borbottò lei di rimando.

"Farai la magistrale, giusto cara?" le domandò un'amica di sua zia, che la ragazza non aveva mai visto e di cui non ricordava nemmeno il nome.

Pareva essere asiatica dato il colore della pelle, ma parlava benissimo italiano. Probabilmente era in Italia da tantissimi anni.

"No" rispose lei semplicemente.

"No?" si intromise un altro suo cugino, che era al primo anno di medicina. "Ma sei pazza o cosa? Tu sei bravissima, non puoi buttare via così il tuo futuro!"

Ecco, aveva ricevuto un'altra mazzata. Sospirò. Possibile che non capissero che non voleva continuare perché era stanca di studiare, perché stare in quell'università la faceva soffrire terribilmente, e perché, secondo lei, anche cambiare sede non le sarebbe servito a niente? Avrebbe dovuto trasferirsi, e non lo voleva. Soffriva di nostalgia solo stando lontana da casa una giornata, figurarsi una settimana o più! Francesca avrebbe voluto che lei fosse felice, e se avesse continuato gli studi non lo sarebbe stata. Avrebbe trovato un lavoro. Era brava in lingue, ne conosceva tre e anche molto bene.

"Grazie mille! Diciamo che sento che non è la cosa giusta per me, che non è la mia strada" rispose. "Troverò qualcosa, magari farò la traduttrice in un'azienda. Mi andrebbe bene."

Nessuno replicò, per fortuna, e lei ringraziò Dio per questo. Non avrebbe sopportato altre domande o affermazioni a riguardo. Era stanca. Tutti le ponevano, ogni volta che la vedevano, sempre gli stessi quesiti, come se ci fosse stata solo l'università, nella sua vita! Era vero, non c'era molto altro, ma doveva essere sempre lei a cambiare argomento, a parlare dei suoi gatti, o di

Viola.

Gli antipasti, i primi, i secondi, il caffè, il pandoro, il panettone… il tempo sembrava non passare mai. Ricevette un bagnoschiuma e uno shampoo e sorrise quando i suoi tre cuginetti aprirono i loro e urlarono nel vedere un robot, una casa per le bambole e altri giocattoli. Erano così contenti! Anche lei lo era stata, da bambina, quando il Natale era ancora magico, e si sentiva libera da pensieri e preoccupazioni perché, in effetti, non ne aveva. Dio, quanto avrebbe desiderato tornare indietro nel tempo, anche solo per un momento, per rivivere uno di quegli attimi meravigliosi della propria infanzia! La consapevolezza di non poterlo fare fece male, e non poco. Dovette mettersi le mani sul petto e poi sulle tempie per cercare di attutire la sofferenza fisica procurata da quella psicologica.

"Insisti con i tuoi genitori, vai a casa, chiuditi in camera, in bagno o dove cazzo ti pare, e fallo."

Di nuovo quella maledetta voce nella sua testa che le diceva di ferirsi. Aveva promesso a se stessa che non l'avrebbe fatto, almeno non a Natale. Era un obiettivo che si era data, piccolo forse, ma importante. Viola le aveva detto che, se non l'avesse fatto per un giorno, quello successivo sarebbe stato più facile non graffiarsi.

"No" sussurrò, e quella voce sembrò allontanarsi improvvisamente, sorprendendola.

Com'era possibile? Non era mai capitato da quando aveva cominciato a cadere nel tunnel dell'autolesionismo! Forse ce la stava facendo davvero. Le spuntò un piccolo sorriso. Si sentiva soddisfatta per come stava gestendo la situazione.

"Anna, amore, che ne dici se andiamo a casa?" le chiese la mamma. "Ti vedo stanca,, siamo qui da ore ed è normale. Forse è il caso che ti riposi un po'."

"Sì, è una buona idea."

Fu così che i tre salutarono tutti, ringraziarono lo zio per l'ospitalità e partirono.

Quando la porta si richiuse alle loro spalle, Anna tirò un sospiro di sollievo. Era finita, grazie a Dio!

Tornò a casa distrutta, fisicamente e psicologicamente, come se avesse appena corso una maratona. Andò in camera, chiuse le imposte e si mise a letto, scoppiando a piangere. Si addormentò con il viso inondato di lacrime e pensando di essere troppo rigida, a volte. Insomma, sapeva che con alcune persone gli argomenti di conversazione si limitavano a cose come l'università e lo studio, perché non si possono fare discorsi più profondi con tutti. Non voleva essere cattiva nei confronti dei suoi parenti, davvero, perché in fondo voleva loro bene, ma a volte non sopportava certi loro atteggiamenti. Un giorno, forse, sarebbe stata abbastanza forte da parlare di quel che sentiva almeno con qualcuno di loro.

Un lieve bussare alla porta la ridestò. Era suo papà.

"Anna, noi torniamo dallo zio per cena. Tu vuoi venire?" le chiese con dolcezza.

Lei pensò a Margherita e al fatto che sarebbe andata lì solo per quella bambina, per rivedere il suo sorriso e sentire di nuovo la meravigliosa voce che aveva; ma si conosceva abbastanza bene per sapere che non ce l'avrebbe fatta ad affrontare neanche un'altra ora con tutta quella gente, almeno non per quel giorno.

"No, grazie" rispose.

"D'accordo, allora a dopo."

"A più tardi."

Rimase nel letto per un tempo indefinito, non avendo voglia di alzarsi e non sapendo nemmeno a cosa stava pensando. Aveva la testa completamente vuota. Fu solo molte ore dopo che si accorse di aver dormito fino alle 22:00.

"Che cretina" si disse. "Fantastico, davvero! Stanotte sì che dormirò! Avrei dovuto mettermi la sveglia."

Si tirò su, sentendosi ancora più male di prima. Quella voce ritornò ed iniziò ad urlare sempre più forte.

"Tu non potrai mai mandarmi via, mai, hai capito razza di essere infimo che non sei altro? Ti dovrai fare molto male, stavolta. Hai osato cacciarmi, e adesso meriti di soffrire ancora di più, e lo sai."

"Okay, okay, calma" disse Anna, spaventata. Quella voce non le aveva mai urlato contro, prima d'allora. "Lo faccio subito, hai ragione me lo merito."

Scollegò dal PC la spina del mouse e cominciò a graffiarsi con quella, prima piano, poi sempre di più, dai polsi ai gomiti come ogni volta; poi incise con i denti e in seguito con le unghie. Infine scese al piano di sotto, andò in bagno, aprì un piccolo cassetto, estrasse un paio di forbici e, stando comunque sempre attenta a non tagliarsi, iniziò a segnarsi le braccia anche con quelle, riempiendosi di segni rossi e profondi. Il dolore fu immenso, così tanto da non poterlo nemmeno descrivere. Iniziò a piangere e avrebbe anche voluto urlare, ma si trattenne serrando le labbra e i denti e provando dolore anche in quel punto. Rimise le forbici dove le aveva trovate e respirò profondamente, sentendo la testa più leggera e libera.

"Sto meglio" sussurrò. "Ogni volta che lo faccio mi sento bene."

Si guardò le braccia graffiate e massacrate, ma non provò nulla, se non una sensazione di soddisfazione per quel che aveva fatto e di leggerezza. Mangiò qualcosa al volo e poi salì in camera. Si rimise a letto, ma non riuscì a dormire ovviamente, quindi si alzò, accese il PC e ascoltò un po' di musica. Aveva scaricato delle canzoni che parlavano dell'autolesionismo, o di quanto la sofferenza assomigliasse a dei demoni che continuavano a seguire ciascuno nella vita, e le ascoltò tutte. Ciò avrebbe dovuto farla stare peggio, invece accadde il contrario. Entrò nel sito di scrittura a cui si era iscritta qualche mese prima, lasciò alcune recensioni e pensò un po' a Viola. Lei le aveva scritto ore prima per raccontarle di aver trovato un gatto morto per strada e di stare malissimo. Dunque anche lei, purtroppo, aveva avuto una brutta giornata.

"Devo raccontarle tutto" si disse, "gliel'ho promesso. La farò stare malissimo… No, non voglio scriverle ora. Le lascerò vivere il Natale in pace, le scriverò domani. Spero che abbia avuto una giornata migliore della mia, almeno da un certo punto in avanti."

Le aveva promesso di contattarla ogni volta che si sarebbe fatta male, e sapeva che Viola avrebbe sofferto molto di più se lei non l'avesse fatto. Tornò a letto, si distese sotto le coperte e si raggomitolò per scaldarsi i piedi congelati. In quel momento il suo gatto, Furia, saltò sul letto e cominciò a darle tanti bacini sulle mani con la sua linguetta calda e ruvida. Le baciò anche i polsi e gli avambracci, sentendo quindi i graffi che si era procurata.

"Sto meglio, cucciolo" sussurrò lei, con voce rotta.

Il suo micio la stava facendo sentire meglio. La amava nonostante tutto, nonostante il dolore che provava ogni giorno e che non riusciva a superare, nonostante la sua autostima sotto terra, nonostante la depressione, l'ansia e gli attacchi di panico che la divoravano da anni, e nonostante quei maledetti graffi. Doveva lottare per la sua famiglia, per Viola, per lui, per la sua gattina Stella, si disse, che anche se non le dimostrava sempre il proprio affetto, le voleva bene. Aveva promesso a Viola che sarebbe andata a trovarla presto e non vedeva l'ora di riabbracciarla.

Finalmente era riuscita a fare qualche pensiero positivo. Eppure, ripensando ai graffi che continuava a farsi ogni giorno, e al fatto che non riusciva a controllare l'autolesionismo e che mancava di rispetto a se stessa rendendosene conto sempre troppo tardi, si addormentò provando un terribile e schiacciante senso di colpa anche per essersi sentita soddisfatta del male che si era auto-inflitta. Pensò:

Quella voce ha ragione: sono un fallimento.