Farò abbastanza?

Viola ed Anna avrebbero dovuto vedersi quel giorno, il 26 dicembre. Vi aveva domandato a suo papà se avrebbe potuto accompagnarla, visto che la mamma non stava bene e non se la sentiva molto di viaggiare, anche se il tragitto durava poco meno di un'ora. Lui aveva risposto di sì, ma Rebecca si era intromessa dicendo che quel giorno sarebbero venuti suo fratello e sua sorella con i figli, e che desiderava che Viola rimanesse lì con gli zii e i cugini.

"Ma mamma!" aveva provato a protestare lei la sera precedente, durante tale piccola discussione.

"Tesoro, ti prego! Li vediamo pochissimo, oggi siamo stati a casa del fratello di tuo padre e potrai vedere Anna un altro giorno. per favore, piccola!"

"Okay."

Alla fine aveva desistito, più per fare felice la mamma che per altro, poi era salita in camera a scrivere all'amica dicendo che le dispiaceva tantissimo e che ci stava veramente male. Anna, che sapeva che quando Vi diceva una cosa lo faceva sempre con il cuore, le aveva risposto che non c'era nessun problema.

Ci vedremo uno di questi giorni, verrò io aveva aggiunto.

Viola aveva acconsentito. In fondo, il giorno precedente era stata Anna a dirle che sarebbe andata da lei, ma le era dispiaciuto un po' perché quest'ultima era venuta a Padova anche poche settimane prima e lei avrebbe voluto ricambiare. Ad ogni modo, all'amica non dispiaceva sicuramente fare quel viaggio, quindi Vi aveva deciso di mettersi il cuore in pace.

Era pomeriggio e, mentre ripensava a tutto ciò, la ragazza stava scrivendo. Lavorava ad un capitolo di una storia che aveva iniziato più di un anno e mezzo prima. Nonostante fosse davvero lunghissima, i lettori continuavano ad essere molto interessati agli avvenimenti, e quello che lei ormai considerava un vero e proprio romanzo stava ricevendo molte più recensioni di quante si sarebbe mai aspettata. Sorrise pensandoci. Una delle lettrici era Anna, ovviamente, che aveva recensito gli ottantasette capitoli fino ad allora pubblicati, ma anche altre stavano facendo così. In quel momento stava scrivendo una scena molto forte dal punto di vista emotivo, che riguardava un personaggio che aveva un attacco di panico e si sentiva malissimo. Mentre le sue dita battevano velocemente sulla tastiera, la ragazza si calava sempre di più nei panni di quell'uomo e le pareva di provare tutto ciò che sentiva lui: le faceva male il petto, il respiro e i battiti del cuore erano accelerati… Il suono del campanello le fece fare un salto sulla sedia, distraendola.

"Maledizione" borbottò.

Odiava quando veniva disturbata in quel modo mentre scriveva.

"Vi, ci sono gli zii!" la chiamò la mamma.

La ragazza spense il computer, accarezzò Matisse che dormiva nel cestino sulla sua scrivania e scese.

"Zia Angelica!" esclamò quando fu di sotto, abbracciando la sorella di sua madre.

Le due si somigliavano come gocce d'acqua, ma la zia era più grande di sette anni.

"Ciao, piccola" rispose questa, stringendola in un abbraccio che pareva non avere più fine.

Viola se lo godette ricambiandolo con ardore.

"Dove sono lo zio e Nadia?"

Sua cugina aveva diciannove anni e le due ragazze si trovavano molto bene insieme. Anche se si vedevano poco, si sentivano spesso per telefono o per messaggio.

"Lui ha la febbre, lei ieri è andata dal fidanzato ed è tornata a casa tardi stanotte. Era stanca e sta ancora dormendo" le spiegò la zia con un risolino.

"Ah, capisco. Peccato!"

Si accomodarono sul divano, l'una accanto all'altra. I genitori di Viola parlavano fra loro, così la zia ne approfittò per fare alla nipote una domanda.

"Come stai?"

Lei sospirò e il suo sorriso scomparve.

"Non bene; sono sempre più preoccupata per la mamma. Oggi sta bene, però la situazione è piuttosto altalenante e poi si opererà tra qualche settimana. Anche se mi ha detto che il dottore sembrava abbastanza tranquillo… insomma, si tratta sempre dell'asportazione di un tumore maligno al cervello, capisci quello che intendo? Sono sollevata che non ci siano rischi davvero gravi, la situazione avrebbe potuto essere peggiore, ma questo non significa che io non sia in ansia."

"Sì, immagino" le rispose la zia accarezzandole una mano. "Mi fa piacere che tu ne parli con me, che ti sfoghi. Inutile dire che devi essere forte, questo già lo sai, te l'avranno ripetuto migliaia di volte e sarai stanca di sentirlo. Sono preoccupata anch'io, ovviamente, e so che per voi questi non sono mesi facili. Ti comprendo, e ti posso dire di pregare molto. Il Signore vi aiuterà."

Angelica era molto più religiosa della nipote, ma anche in lei la fede era forte.

"Hai ragione. Io prego ogni sera."

"Brava, piccola! Gesù ti ascolta sempre, sai?"

"Sì, lui non mi abbandona mai" affermò convinta. "Grazie di tutto, zia" sussurrò.

Si era sempre trovata bene con lei. Angelica la sosteneva ogni volta che ne aveva bisogno e non la forzava mai a reagire se non si sentiva pronta a farlo.

Il campanello suonò di nuovo.

"Auguri!" urlarono Diego e Marta, gli altri zii.

Con loro c'erano le figlie Gioia e Amanda, gemelle, e i mariti. Gioia si era sposata pochi mesi prima e, dopo che tutti si furono salutati con calorosi abbracci, mostrò a Viola le foto del matrimonio. La ragazza non aveva potuto andare perché il giorno seguente alle nozze avrebbe avuto un esame e non se l'era sentita di interrompere lo studio.

"Wow, eri bellissima" osservò stupita, guardando il vestito color crema e con dei fiori finti sul davanti della cugina.

Era un abito molto semplice che le donava. La ragazza pensò che anche lei, se un giorno si fosse sposata, avrebbe voluto indossare un vestito non troppo pieno di fronzoli, perché in fondo le cose semplici sono sempre le più belle.

"Ti ringrazio" rispose la ragazza.

Si vedeva che era felice, sia nelle foto che in quel momento. Aveva un sorriso meraviglioso e Viola si ritrovò ad invidiarla, anche se solo per un attimo. Non le piaceva provare quel sentimento, così lo scacciò il più in fretta possibile come se si fosse trattato di una mosca fastidiosa.

Il pomeriggio passò tranquillamente. Si parlò di gatti e di cani, visto che Diego e Marta avevano un bastardino molto simpatico. Viola andò a prendere Matisse per mostrarlo a tutti. Lo conoscevano già, ma avevano voglia di salutarlo. Il gatto si lamentò quando la ragazza lo svegliò.

"Oh mio Dio, è adorabile!" esclamò Amanda. "Guarda come sei cresciuto, Matisse! Anna, posso accarezzarlo? Ti prego, ti prego, ti prego."

"Certo. Ha un po' paura, ma fallo pure. Avvicinati piano."

Era felice di constatare che la cugina fosse tanto raggiante nel vedere il suo tesoro. In quel momento sembrava una bambina che vuole toccare un cucciolo. Quando Amanda lo accarezzò, lui si appoggiò ancora di più al petto della padrona come per proteggersi.

"Va tutto bene, tranquillo. Non vuole farti male" gli disse per tranquillizzarlo.

Il micio sembrò calmarsi al suono di quella voce, iniziò a fare le fusa e si lasciò coccolare un po', non volendo però lasciare le braccia di Viola, che gli offrivano un rifugio sicuro. Poco dopo decise che il momento delle coccole era finito, andò a mangiare e poi uscì.

Paolo, il papà di Viola, preparò il caffè e tagliò una fetta di panettone per tutti, poi chiamò una pizzeria per prenotare un tavolo per quella sera. C'era ancora posto, per fortuna. Fu così che, dopo un paio d'ore, tutti salirono in macchina per andare fuori a

cena.

Il locale era grande e accogliente, con le pareti dipinte di un giallo acceso non troppo forte. Il proprietario salutò Viola, perché lei e la sua famiglia erano clienti abituali e poi fece accomodare tutti ad un tavolo sul quale si trovavano dei tovaglioliche erano stati piegati a forma di cappellino. C'era poca gente quella sera, quindi il posto era tranquillo. Dopo un po' tutti ordinarono la pizza e qualcosa da bere. Quella di Viola fu l'ultima ad arrivare.

"Riuscirai a mangiarla tutta?" le chiese la zia Angelica, vedendo che era piena di wurstel e patatine.

"Ehm… penso sia la pizza con più patate che io abbia mai visto, ma sì, credo di sì" rispose, un po' titubante.

Mentre gli uomini parlavano di politica e le sue cugine di non sapeva cosa, Viola chiacchierava ogni tanto con la sua zia preferita, anche se era molto più interessata alla conversazione tra la mamma e Marta. Quest'ultima faceva l'infermiera e le due stavano parlando dell'intervento.

"Per ora sono tranquilla" stava dicendo la madre, "anche se a volte mi è difficile non pensarci."

"Non ha senso farlo" rispose l'altra, sorridendo, "non hai motivo di farti venire un groppo in gola. Starai solo peggio."

"Beh, penso di stare reagendo piuttosto positivamente, ma ogni tanto mi butto giù."

"È anche vero che non è facile non pensarci, zia" si intromise Viola. "Voglio dire, io ammiro molto la mamma per la forza che ha, e non so se al suo posto avrei le sue stesse reazioni, conoscendomi non credo. Comunque, non è semplice affrontare una situazione come questa. Penso sia normale avere paura, o no?"

Le era venuto spontaneo difendere la mamma. Forse quella non era la parola giusta, però la ragazza aveva sentito il bisogno di dire qualcosa. Le pareva che la zia Marta la stesse facendo troppo facile.

"Certo, ma ripeto, non ha alcun senso stare lì a rimuginare."

"Siamo fatti in tanti modi, zia, e lei non sta rimuginando, ha paura. È diverso." Viola vide che sua madre stava parlando con la sorella, così abbassò la voce e aggiunse: "Io spero vada tutto bene, perché sono davvero molto preoccupata."

"Non devi, non puoi, altrimenti non aiuterai tua mamma! Non le dai sostegno in questo modo."

Il tono duro, quasi di rimprovero, di quella risposta fece molto male a Viola. Sicuramente la zia voleva aiutarla con le sue parole, ma c'è modo e modo di dire le cose, e lei aveva usato quello sbagliato. La ragazza serrò le labbra per un momento e trasse un profondo respiro. Non voleva scoppiare a piangere lì, davanti a tutti.

"Sto facendo tanto per lei, almeno credo. La aiuto in casa, le faccio compagnia, cerco di farla ridere. Inoltre, sono molto brava a nascondere la mia ansia."

"Sì, ma comunque non devi provarla. L'importante è che siate tutti tranquilli e che lei entri in ospedale serena."

Non rispose. Non sapeva se la mamma sarebbe riuscita a fare una cosa del genere, quel giorno, ed era sicura che non sarebbe stata molto tranquilla, come lei del resto. Se avesse potuto sparire o sotterrarsi in quel momento, la ragazza l'avrebbe fatto molto volentieri. Tutti quei:

"Non puoi", "Non devi", "Non ha senso",

le fecero dubitare di se stessa. La zia, involontariamente, usando quelle parole la spingeva a pensare di non fare abbastanza per la mamma. Forse era vero, avrebbe dovuto essere una figlia più brava, stare più tranquilla, non dire mai a sua mamma di essere ansiosa o triste quando si sentiva così, nascondere ancora di più i suoi veri sentimenti. Cercava di incoraggiarla, di dirle che era forte, ma magari non era poi tanto convincente. Forse avrebbe dovuto usare parole diverse, o insistere di più per darle più forza. Stava sbagliando tutto?

Continuò a sorridere, ridere e chiacchierare per tutto il resto della serata, ma la sua testa era altrove, persa in quell'immenso, spaventoso mare fatto di dubbi e di domande che non trovavano risposta. Ringraziò Dio quando fu ora di andare a casa. Una volta in macchina sospirò di sollievo, piano, in modo che nessuno la sentisse. Non parlò molto durante il tragitto e, quando la mamma le chiese cos'avesse, lei rispose di essere stanca.

Una volta entrata, il suo gatto la accolse con un dolce miagolio.

"Ciao, amore!" gli rispose accarezzandolo. "Ora andiamo a nanna, okay?"

Lui fu d'accordo e glielo fece capire con un altro dolce:

"Miao"

e poi aspettò che la ragazza si togliesse le scarpe e si infilasse le ciabatte.

"Vado a letto, buonanotte" disse sorridendo.

I genitori le diedero la buonanotte e lei si avviò su per le scale, con il gatto che la seguiva.

Una volta in camera, mentre Matisse era già sul letto ad aspettarla miagolando impaziente, Viola iniziò a piangere disperatamente sedendosi sulla sedia accanto alla scrivania. Si sentiva sbagliata e inutile, come se tutto quello che aveva fatto fino ad allora per la mamma, in realtà non contasse poi così tanto, se non proprio nulla. Era convinta che Rebecca non la pensasse a quel modo, ma ciò non le diede forza. Stava troppo male per capirlo. Riusciva soltanto a riflettere su come si sentiva lei. Poche volte nella propria vita si era fatta talmente schifo come in quel momento. Ora capiva ciò che la sua amica Anna intendeva quando diceva:

"Sono un fallimento."

Forse lo era anche lei. Odiava il vittimismo, e sapeva che né lei né l'amica lo facevano mai, ma per un momento si sentì ancora peggio al pensiero che si stava auto-commiserando. Mandò un messaggio ad Anna per raccontarle tutto. Lei la capiva più di chiunque altro al mondo. La risposta arrivò poco dopo. Viola aprì il messaggio con mani tremanti, sperando che dopo averlo letto si sarebbe sentita meglio. Le sarebbe bastata anche solo una parola, una piccola fiammella di speranza a cui aggrapparsi.

Non dire così, tesoro! Stai facendo tutto quello che puoi per tua mamma, credimi. Sei una delle persone più forti e dolci che conosco. Tua zia è stata insensibile, anche se sicuramente non lo voleva.

Viola sorrise appena e la ringraziò, poi si sdraiò sul letto, affondò la testa nel cuscino e ricominciò a singhiozzare. Le parole dell'amica l'avevano fatta sentire meglio per un solo istante e le era grata per questo. Ora, però, quella domanda era ancora lì e pesava come un enorme macigno che le faceva male al cuore:

Farò abbastanza?