La trama è più lunga di quella che ho scritto. La riporto qui perché non ci stava.
Sequel di "Due gatti meravigliosi", "Un inferno senza fine", "Troppo tardi", "Sono un fallimento" e "Farò abbastanza?"
Anna è felice perché il giorno dopo andrà a trovare la sua amica Viola, eppure qualcosa la tiene sveglia. Pensa ad una persona che ha perso moltissimi anni prima. Era solo una bambina allora, ma il dolore, i pochi ricordi che ha e il pensiero dei momenti che non potrà mai vivere con lei bruciano e le fanno tanto, troppo male. Decide di scrivergli una lettera. Che succederà dopo? Cambierà qualcosa nell'animo della protagonista?

Una lettera speciale

Anna era seduta alla scrivania. Era notte fonda e la sua gattina Stella dormiva accoccolata nel proprio cestino. La ragazza continuava a sorridere guardandola. Era così tenera con quella zampina appoggiata sotto la testa! Quella sera aveva scritto altre quattro pagine di un capitolo di una sua storia ed era contenta perché l'aveva qusi terminato, poi era scesa in salotto e aveva guardato un film romantico con sua mamma, mentre il papà era uscito con gli amici a bere qualcosa. Ogni tanto capitava che lei passasse le serate con la mamma davanti alla televisione, e la cosa le piaceva moltissimo. La donna le accarezzava i capelli e la coccolava, e poi commentavano insieme qualche film, magari mangiando qualcosa di buono.

Il giorno dopo Anna sarebbe andata a Padova a trovare la sua amica Viola ed era felicissima. Non vedeva l'ora di riabbracciarla e passare un po' di tempo con lei. Avrebbe anche rivisto il suo gatto, Matisse, che le voleva molto bene e si faceva sempre coccolare perché ormai la conosceva e si fidava. Viola aveva scritto all'amica poche ore prima per farle sapere che sua mamma non stava tanto bene, aveva un fortissimo mal di testa ed era anche svenuta, ma quando la figlia le aveva detto che Anna avrebbe potuto venire un altro giorno vista la situazione, Rebecca si era fermamente opposta. Ciò che contava era che ora si sentisse meglio.

Tuttavia, non era solo la grande felicità che provava a tenere sveglia la ragazza. Quella sera, a cena, quando aveva raccontato ciò che era accaduto alla mamma di Viola, suo padre aveva commentato:

"Anche tua mamma è svenuta molti anni fa, tra le mie braccia. Era incinta e poi…"

Non aveva detto altro, forse per paura di ferire la moglie e la figlia riportando alla luce vecchi ricordi, ma entrambe sapevano a cosa si riferiva. Come ogni volta in cui si parlava dell'aborto spontaneo che sua madre aveva avuto, di quel fratellino che Anna non aveva mai potuto stringere fra le braccia, la ragazza si sentiva spezzare il cuore. Era successo quando lei aveva sei anni, quindi non ricordava molto di quel periodo, ma diventata più grande aveva cominciato a pensarci con una certa frequenza e a starci male, anche se non ne aveva mai parlato con nessuno, tranne che con Francesca e con Viola. Il suo era un dolore sordo, silenzioso, che forse, si disse, non avrebbe dovuto provare visto che erano passati quasi diciotto anni, ma si sentiva come se una parte di lei non l'avesse mai superato del tutto, forse perché in realtà non era riuscita ad elaborarlo. In fondo era solo una bambina quando questo era successo, e ricordava di aver visto sua mamma piangere per la prima volta, di aver pianto lei stessa… e nient'altro.

"Forse dovrei parlarne con la psicologa" osservò.

Quante volte l'aveva pensato da quando aveva cominciato ad andare da lei? Tantissime! Eppure, non aveva mai trovato il momento giusto, e nemmeno il coraggio, di affrontare l'argomento. Si era sempre e solo concentrata sulla morte di Francesca, sul proprio dolore, ora parlava anche di Viola e della situazione che stava vivendo, ma non aveva mai affrontato nemmeno una volta un'altra sofferenza, quella per la morte di un fratellino che non era venuto al mondo. Sapeva che, se avesse iniziato a parlarne, sarebbe scoppiata a piangere, come aveva fatto con Francesca e Viola. Era altrettanto consapevole del fatto che si sarebbe vergognata da morire a singhiozzare davanti alla psicologa, o a chiunque altro, tranne che all'unica amica che le restava. Per questo non ne parlava mai. Faceva troppo male, quindi cercava di pensarci il meno possibile, ma qualche volta, la sera, quei pensieri ritornavano, sentiva ancora la sensazione di pesantezza al petto e di vuoto interiore che le era tanto familiare, e poi un grande mal di testa. Gli occhi le pizzicavano, ma poche volte usciva qualche lacrima.

Si alzò dalla sedia e si inginocchiò, giunse le mani e guardò verso il cielo:

"Sarò sempre troppo sensibile, vero Signore?" chiese con voce rotta e sussurrando perché nessuno in casa la udisse. "Quanto ancora dovrò lottare perché il passato non mi faccia più soffrire? Sono stanca." Ti prego, aiutami! Non ti domando molto, semplicemente di farmi capire come mi dovrei comportare in questo momento. Che devo fare?"

Dopo aver detto qualche preghiera si risedette. Rifletté per alcuni minuti, con la testa fra le mani, poi pensò che era giunto il momento giusto. Era stata in procinto di fare quella cosa per anni, e adesso si sentiva abbastanza pronta. Trasse un profondo respiro, accese il computer, aprì un file e, con mani tremanti, iniziò a scrivere.

Cara, dolce sorellina,

ti chiamo così perché ho sempre pensato saresti stata una bimba, ma se fossi stato un maschio non avrebbe fatto alcuna differenza.

Come stai? Spero meglio di me, ma sono sicura di sì, perché il posto in cui ti trovi dev'essere bellissimo. Come sai sono molto credente, e sono convinta che sarai assieme a tanti altri piccoli angeli che, purtroppo, non sono riusciti ad illuminare di gioia, vita e speranza questa Terra.

A volte sento mamma e papà parlare di te, del momento in cui non ci sei stata più. Lo fanno pochissimo, con i parenti o con i vicini di cui si fidano di più, e anche per breve tempo; ma ogni volta che capita io ci sto male. Da una parte sono felice che parlino di te, perché mi fanno capire ancora di più che non ti hanno dimenticata e che non lo faranno mai. Del resto, come potrebbero? Sono anche i tuoi genitori, e secondo me un figlio rimane tale per l'eternità, anche quando non nasce. D'altro canto, quando sento quei discorsi soffro molto. Sai, ricordo che quando avevo circa quattro anni mamma e papà hanno iniziato a dire che avrebbero voluto darmi un fratellino o una sorellina, e mi hanno chiesto cosa ne pensassi. Io ero la bambina più felice del mondo, ovviamente! Tanti bimbi all'asilo avevano fratellini e sorelline e io mi sentivo un po' sola, anche perché alla scuola materna mi trovavo piuttosto male. Comunque, avere quel bambino è stato difficile. La mamma con me aveva avuto una gravidanza normale, fino a quando si è sentita male, è stata ricoverata in ospedale per quasi un mese, ma i dottori non sono riusciti a fermare le contrazioni che erano sempre più frequenti. Sono nata prematura, in ventisei settimane, ma per fortuna sono stata bene. Ho passato due mesi e mezzo nella culla termica, ho avuto un'emorragia cerebrale, una polmonare e un arresto cardiaco, ma per il resto non ho avuto nessun altro problema. Di questo ringrazio Dio, perché i bambini così piccoli possono avere varie difficoltà e disabilità anche gravi. Mamma ha avuto una forte emorragia dopo la mia nascita, e mi ha vista solo quando avevo due settimane. Prima non voleva perché aveva paura che io morissi, finché papà le ha chiesto:

"E se non muore?"

Entrambi potevano solo toccarmi con una mano per non spostare tutti i fil tubicini a cui ero attaccata, e dovevano stare lì pochi minuti. Mi hanno presa in braccio la prima volta ad un mese. In quel periodo hanno sofferto tantissimo, avevano sempre paura di perdermi. Purtroppo due bambini, anche loro nati prematuri, sono morti, e io non riesco ad immaginare il dolore dei loro genitori. Dev'essere stato straziante! Io sono stata forte e ce l'ho fatta, ma non dimentico che alcuni sono stati meno fortunati di me. Mamma e papà dicono che Dio è stato sempre con me e che mi ha salvata, e io ci credo.

Scusa, ho divagato. Quando avevo sei anni, un pomeriggio, mamma e papà mi hanno portata dalla nonna e, una volta a casa, lei mi ha detto:

"Ti devo dire una cosa."

Io allora le ho chiesto di che si trattava e lei, emozionata, mi ha risposto:

"Sono incinta!"

Ricordo di averla abbracciata ed essere scoppiata a piangere di gioia; e credimi, quando ti dico che pochissime volte nella mia vita ho pianto di felicità. Il giorno dopo l'ho raccontato ai miei compagni di classe e alle maestre, e tutti erano felici per noi. Immaginavo che saresti stata una bambina, come ti ho detto, e che ti avrei chiamata Laura, che è un nome molto bello. Avresti avuto i miei occhi, e i capelli e il sorriso della mamma, e forse saresti stata insopportabile com'è spesso lei, o magari più tranquilla e pacata come il papà. Ti avrei coccolata, cullata, sarei stata felice di aiutare la mamma a cambiarti, e anche di addormentarti nella carrozzina o, ancora meglio, tra le mie braccia. Quando saresti stata più grande, avremmo giocato con gli animali di plastica con cui io mi divertivo tanto. Ne avevo veramente un sacco: tigri, leoni, elefanti, un rinoceronte… Forse, però, a te sarebbero piaciute di più le barbie. Io ci giocavo, ma preferivo di gran lunga gli animali. Lo so, sono una femmina un po' strana! In seguito ti avrei fatto guardare tutte le serie TV (esclusivamente d'amore e drammatiche) che piacevano a me. Probabilmente tu avresti cominciato a lamentarti dicendo che erano troppo tristi. Avremmo litigato per il telecomando, ma volendoci sempre bene. Mi avresti costretta a guardare cartoni animati che a me non avrebbero interessato, ma sarebbe andato bene comunque. Avrei fatto qualsiasi cosa per te, davvero! Chissà se saresti venuta da me a chiedermi cose del tipo:

"Come si fanno i bambini?"

o:

"Quando diventerò grande?",

tutte domande lecite che i bimbi hanno il pieno diritto di fare. Forse mi avresti parlato del ragazzino che ti piaceva, e io ti avrei incoraggiata a dirglielo. Magari saresti venuta da me a piangere mentre ti sentivi triste per qualcosa, e io ti avrei consolata e aiutata. Durante l'adolescenza avremmo sicuramente litigato un sacco, ma amandoci sempre con tutto il cuore.

Purtroppo questo non è successo. Dio ha deciso diversamente. Un giorno, non ricordo esattamente quanto tempo fosse passato, ma credo un mese, la mamma mi ha detto:

"L'ho perso."

Ricordo che abbiamo pianto insieme, di dolore stavolta, mentre papà sospirava. Non ho altri ricordi di quel che è accaduto dopo. Immagino che per i nostri genitori quella tragedia sia stata estremamente dura e difficile da superare. Dio non voglia, ma se un giorno dovesse capitare a me, penso che impazzirei dal dolore!

Non so come ho affrontato questo lutto, da bambina. Avrò creduto che saresti tornata, e col tempo mi sarò resa conto che ciò non era possibile. Mi dispiace aver dimenticato come mi sono sentita in quel periodo, perché se non l'avessi fatto, forse a volte adesso non soffrirei così. Mamma e papà non hanno più voluto avere bambini per paura di subire un'altra perdita, e anche se in parte posso provare a capirli, ammetto che non ho mai accettato pienamente questa cosa. Sono egoista? Forse, e mi dispiace tanto! Non vorrei, perché non è nel mio carattere e sono sicura che lo sai. Avevamo parlato di adozione, ma in realtà i nostri genitori non ci hanno mai riflettuto seriamente, poi la vita è andata avanti, sono successe tante cose, e non abbiamo più toccato l'argomento. Io lo volevo, ma la mia mancanza di coraggio mi ha fatta desistere dall'intento di parlarne.

Quando sono diventata più grande ti ho sognata. Eri una bambina bellissima, avevi pochi mesi, sorridevi, ridevi e mi guardavi. Eravamo tutte e due su un prato, tu seduta a giocare con i fili d'erba, io in piedi a poca distanza a guardarti. Mi sono avvicinata mentre tu allungavi le manine verso di me. Volevi essere presa in braccio, ed io non vedevo l'ora di farlo, ma non ci sono riuscita. C'era qualcosa che mi bloccava, una forza che mi teneva lontana da te. Inutile dire che quando mi sono svegliata sudavo, piangevo e mi sentivo piena d'angoscia. Credo di averti sognata due volte nella mia vita, e di aver fatto sempre lo stesso sogno. È stato bellissimo e devastante al contempo, come quando sogno che Francesca vuole abbracciarmi, ma io non posso raggiungerla. Posso sentirvi, ma non avvicinarmi a voi, ed è questo che fa così tanto male. Mi provoca un dolore che non riesco a descrivere a parole, e che probabilmente non passerà mai.

Mi manchi, sorellina. Non importa che io sia andata avanti con la mia vita, che abbia avuto i miei bei momenti e quelli bui, che tra un po' mi laureerò e che forse troverò un lavoro. Mi manchi comunque. Ti penso poco, ripeto, perché altrimenti starei troppo male, ma sento comunque che, senza di te, al mio cuore manca un pezzo che nulla e nessuno potrà mai aggiungere.

Non parlo molto di te con la mamma per paura di farla star male, e le poche volte nelle quali sono io a tirare fuori l'argomento lei mi risponde che purtroppo è andata così. Io allora non rispondo. Non saprei cosa dire.

Nonostante senta la tua mancanza, so che sei sempre nel mio cuore, ma non solo. Riesco a percepirti accanto a me ogni giorno, sei una presenza costante, che si fa ancora più presente quando mi sento sola e triste. Non racconto nemmeno questo ad anima viva. Ho troppa paura che la gente mi prenderebbe per pazza.

Sai, penso saresti stata migliore di me. Sì, perché non saresti arrivata ad odiare te stessa tanto da graffiarti le braccia con un coltello o con le forbici; non avresti pensato di ucciderti dopo la morte della tua migliore amica, perché tanto per te la vita non aveva più senso. Non chiedermi come faccio ad essere sicura di questo, perché non ne ho idea. Lo sono e basta.

Devo domandarti una cosa, ovvero di farmi una promessa. Ci tengo davvero tanto. Non abbandonarmi mai, non lasciarmi sola. Restami sempre accanto, anche se spesso penso di essere sbagliata quando in realtà tutti mi dicono che non lo sono. Ecco, io vorrei sentire anche le tue parole, in quei momenti. Desidererei che mi dicessi:

"Non c'è nulla di sbagliato, in te. Stai solo soffrendo tanto, ma andrà meglio."

Vorrei crederci, e forse un giorno ci riuscirò. Per favore, rimani anche vicino a mamma e papà, che ti ameranno per sempre come farò io.

Ti voglio bene, piccola!

Anna

Quando spense il computer, la ragazza si scoprì esausta. Ci aveva messo più di un'ora a scrivere quelle righe, anche se pensava sarebbe stato molto più difficile. Mentre si rimetteva sotto le coperte, si domandò se l'avrebbe fatta leggere ai genitori oppure no. Decise per il no, per non farli soffrire.

Un giorno, forse pensò.

Credeva che avrebbe fatto uno dei suoi lunghi pianti, con la testa affondata nel cuscino, o che non sarebbe riuscita a dormire tutta la notte; invece prese sonno quasi subito. Quando si svegliò, il giorno successivo, mentre si preparava per andare da Viola, si disse che non si sentiva felice, ma serena. Scrivere quella lettera non era stato semplice, certo, ma l'aveva aiutata. Era come se si fosse tolta un peso dal cuore. Sospirò di sollievo, provando una sensazione di leggerezza che non percepiva da tempo. Sarebbe durata poco, ne era convinta, ma decise di godersela.

"Grazie, Laura" disse guardando in alto.

Era anche merito suo se stava così. Mentre usciva dalla propria stanza, già vestita, sentendo lo stomaco borbottare, pensò che era stata coraggiosa perché aveva avuto la forza di scrivere una lettera speciale alla sua sorellina, e se qualcuno le avesse chiesto, il giorno precedente, se sarebbe riuscita a farlo prima o poi, lei avrebbe sicuramente risposto:

"No, non sarò in grado di buttare giù nemmeno una riga."

Poche volte si dava dei meriti e si sminuiva sempre. La sua psicologa le diceva sempre che avrebbero dovuto continuare a lavorarci.

"Gliene parlerò" disse. "Le porterò la lettera e, non importa quanto sarà difficile, io affronterò anche questo dolore."